Sinossi / Abstract
Da Petronio Arbitro (I secolo d.C.): peripezie di Encolpio e Ascilto, due giovani parassiti che vivono di espedienti, nella Roma di Nerone. Nella sua struttura di ricognizione onirica di un passato inconoscibile e di rapporto fantastorico sulla Roma imperiale al tramonto, come guardata attraverso l'oblò di un'astronave, non nasconde le sue ambizioni di essere un film sull'oggi. L'itinerario picaresco e becero dei due vitelloni antichi (purtroppo né personaggi veri né simboli) lascia il posto a un'ansia esistenziale e religiosa, all'interrogazione sul significato del nostro passaggio terreno. Su questo versante - al di là della straordinaria ricchezza figurativa, funerea e notturna dell'insieme - i momenti più felici sono l'episodio della villa dei suicidi e l'addio alla vita del poeta Eumolpo. La fonte principale di Fellini e del cosceneggiatore Bernardino Zapponi è La vita quodiana a Roma all'apogeo dell'Impero (1939) di Jerôme Carcopino.
Note storico-critiche
"Se si passa dalle premesse culturali ai concreti risultati espressivi, le riserve non mancano: programmatica fin che si vuole, la frammentarietà non riesce a diventare una cifra stilistica: si ha l'impressione che il film potrebbe durare mezz'ora in meno o due ore in più senza che il risultato cambi. Soprattutto se paragonata con quelle delle sue opere precedenti, la galleria dei mostri finisce con l'essere un esercizio di alta acrobazia barocca fine a se stessa. (Morando Morandini, "Il Tempo", 11 ottobre 1969)"