Ginger e Fred

Scheda completa
Regia: Fellini, Federico
Genere: Commedia
Produzione: Produzioni Europee Associate (PEA)
Anno di produzione: 1985
Poco più di quaranta anni or sono, Amelia Bonetti e Pippo Botticella si erano fatti una certa fama, ballando il "tip tap" nei locali di avanspettacolo. Con il nome d'arte di "Ginger e Fred", ripagavano, su scala ovviamente ben più modesta, le frenesie del pubblico per i due grandi ballerini d'oltre Oceano: Fred Astaire e Ginger Rogers. Sposatasi e rimasta vedova lei in una cittadina del Nord e vivacchiando lui alla meglio, essi si erano persi di vista, ma ora la TV nazionale li ha fortunosamente ripescati, proponendo ai due sessantenni soci di un tempo di inserirli in un nuovo, grandioso spettacolo televisivo, a testimonianza di una stagione e di un'atmosfera passate. Pippo ed Amelia si incontrano, dunque, di nuovo (lui a malapena riconosce la sua ex-compagna ed amica) in un albergo, dove la "troupe" della TV ha installato il suo frenetico quartier generale, e si trovano ad essere frastornati e travolti in una incredibile baraonda da una vera legione di partecipanti al programma di Natale: un variopinto campionario di dilettanti, giovani e anziani, di imitatori e tipi bizzarri (un transessuale, un fraticello che fa miracoli, un eroico ammiraglio in pensione e così via). Fred e Ginger, ormai vecchiotti ed abituati a ben diversi ambienti di spettacolo, nonchè ad una puntigliosa preparazione prima di andare in scena con il loro famoso numero, riescono a malapena a provare qualche passo, isolandosi in una delle grandi "toilettes" dell'albergo. Lei ha accettato di rifare quel "tip-tap" soprattutto per rivedere il suo "lui" e Pippo, già abbandonato dalla moglie e poi anche malato, sente riaffiorare in se stesso una nostalgia ed una tenerezza acute per quella donnina ancora vispa e gentile, che amava. Il denaro per la prestazione, che tanto gli premeva, sembra ora passare in second'ordine. Finalmente, un poco ansiosi e preoccupati (ma Amelia è sicurissima che tutto filerà liscio) i due vanno in scena sotto i fari abbaglianti dell'enorme studio televisivo. Mentre già si profila il successo, la luce viene improvvisamente a mancare: nel buio, Pippo propone alla sua Ginger di piantare tutto e tutti e di rinunciare ad un'esibizione che ormai gli appare patetica e vagamente ridicola. Amelia resiste, la luce ritorna e i due ballerini riprendono e concludono tra gli applausi il loro numero. Pippo accompagna alla stazione Amelia: una turbinosa, ma anche affettuosa, parentesi si chiude e i due si salutano, molto probabilmente per sempre.
"Che cosa è Ginger e Fred opus n. 19 di Fellini? Tante cose. E' il più semplice dei suoi ultimi film e, almeno per me, il più divertente e fluido, anche se la semplicità copre una complessa trama di temi e motivi e la piacevolezza sottende una sconsolata e disgustata amarezza. E' un dilatato capitolo aggiunto al suo 'Roma' del 1972, cioè un'altra tappa del suo tenero, perplesso, nauseato rapporto con l'odiosamata Città Eterna, Alma Mater e Gran Baldracca, in cui vive dal 1939. E' - nel triplice senso della parola: rispecchiamento, considerazione attenta, operazione di autocoscienza - una riflessione selettiva e visionaria sulla società dello spettacolo in cui viviamo." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 14 gennaio 1986). "Fellini ha fatto un film della maturità alla maniera dei grandi comici: prevale la malinconia, ma il carattere visionario non s'è perso (se il protagonista è come il Calvero di Chaplin, il quadro è un grottesco '1984' visto a posteriori col presentatore al posto del Grande fratello, il '1985' di Fellini). Si vedrà se la prima parte non sia troppo sottotono e prosaica rispetto allo splendore dell'esplorazione dentro il palazzo TV; ma va detto subito che Mastroianni è superbo, irripetibile (lo sguardo profondo di un disperato qualunque, ma anche di un alter ego poetico) e assai brava la Masina, opponendo all'omologazione televisiva la forza più antica della rispettabilità, della banalità più generosa. Forse, in un momento di buio ci daremo la mano." (Stefano Reggiani, 'La Stampa', 14 gennaio 1986).
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